insieme

Raccontar(si) al Giardino dei Ciliegi di Firenze

Clotilde Barbarulli
e Liana Borghi

Raccontare Raccontar(si)

“Il primo progetto della scuola era stato” – racconta Liana – “una proposta di studi queer, presentata e fatta circolare al World Gay Pride di Roma nel 2000 (con Mario Pustianaz), ma sebbene facesse parte di un progetto più ampio che avevamo chiamato Centro Studi GLTQ, non ebbe successo. La proposta di una settimana estiva dedicata alla letteratura di genere piacque invece a Clotilde Barbarulli dell’Associazione Il Giardino dei Ciliegi di Firenze e a Lanfranco Binni coordinatore del progetto regionale Porto Franco. Fu quindi accettata dalla Società Italiana delle Letterate della quale Clotilde e io eravamo e siamo socie, e nacque così nel 2001 il Laboratorio Raccontar/si, che si rivolgeva a donne native e migranti insieme, di cui si occupava allora anche il Coordinamento dei Centri Culturali afferenti a Porto Franco tra i quali l’associazione Nosotras con Mercedes Frias. Come tutte le nostre iniziative congiunte, il Laboratorio portava l’impronta del femminismo storico di Clotilde e del Giardino — documentato nella storia del Giardino e nella pubblicazione di Archivi dei sentimenti e culture femministe dagli anni Settanta a oggi (2015) — e del mio altrettanto storico attivismo lesbo-femminista, ormai più interessato agli studi queer. Aggiungo che a quel tempo ero la referente dell’università di Firenze per la rete tematica europea di studi di genere, ATHENA. Raccontar/si ha avuto anche un forte appoggio internazionale attraverso i contatti e gli scambi con e tra Re/Sisters, il sottogruppo della rete europea, il cui progetto è stato in primo luogo di studiare come certi concetti (in particolare rappresentazione, responsabilità, complessità, pedagogia) vengano tradotti, modificati e applicati nei rispettivi paesi, e quindi di elaborare pratiche didattiche mirate a nutrire il dialogo interculturale.”

Questo aggancio nazionale e internazionale non deve far supporre che il progetto avesse un finanziamento adeguato. La scuola è stata autofinanziata grazie alla generosità di tutte le persone che hanno partecipato a spese proprie, ai doni ricevuti per le borse di studio, a qualche minuscola sovvenzione, e alla nostra amministrazione economa, abituate alla scarsità del femminismo diffuso. Chiedere un contributo per la partecipazione era cruciale all’inizio, quando volevamo far partecipare il maggior numero possibile di donne immigrate, e purtroppo lo è altrettanto ora, in tempi di precariato selvaggio. Inoltre, il laboratorio e poi la scuola hanno sempre cercato di avere un ampio numero di docenti – anche se ciascuna di loro rimaneva pochi giorni – circa 30 docenti su 40 iscritte, perché l’impianto si basava sullo scambio: insegnare imparando, imparare insegnando: dalla teoria alla pratica e viceversa, condividendo affetto e saperi. Quindi è di un impegno collettivo che si parla, e non soltanto per gli anni del Laboratorio e per i convegni e seminari, ma fino alle edizioni di Duino nel 2011 e 2012, e di Livorno nel 2013; poi per i convegni e seminari successivi.

Raccontar/si era intesa come una comunità di pratica dell’intercultura di cui ci facevamo portatrici. Al Giardino era già presente un dibattito su forme di coscienza interculturale a partire dal razzismo che è in noi; il laboratorio apriva uno spazio dove incrociare discipline con testimonianze e letture, prestando attenzione al modo in cui lo stare, pensare, fare in relazione, ci cambiava, e perché questo succedeva. All’inizio dei laboratori era previsto uno spazio di orientamento per chiarire quanto fosse necessario collaborare a creare insieme una condizione di benessere e di apertura. Per questo ci sembrava importante rispettare e apprezzare le differenze, riconoscere e accogliere le somiglianze, dare valore, dare spazio anche nel parlarsi, fare autocritica, osservare le dinamiche interpersonali, domandarsi, “da dove parlo, con chi e perché, chi parla per me e attraverso di me, dove mi colloco” (ecco un prodotto degli studi subalterni).

Senza dirlo esplicitamente, stavamo chiedendo ogni volta di contribuire a realizzare una piccola utopia effimera, contingente — costruita nell’immediato praticando una socialità amorevole, costruttiva, trasformativa, creando “legami fatti di interrelazione, di reciprocità, di partecipazione e vicinanza”. E davvero la scuola finiva per diventare un soggetto collettivo, una rete per esprimere desideri e necessità. Fin dal primo laboratorio, è affiorata una rete di vivacissime “Fiorelle”: un nuovo soggetto collettivo che ha reso visibile realtà molto diverse e al di là della nostra esperienza individuale. È con loro che il laboratorio si è costruito, modificandosi negli anni della sua realizzazione – da formazione di mediatrici interculturali a laboratorio di mediazione culturale a scuola di intercultura di genere.

Avevamo cominciato con la premessa femminista di essere situate in corpi di “donne” – un termine tra virgolette, perché donne non si nasce, ma si può diventare – però con il passare del tempo il discorso sul genere ha assunto connotati decisamente postgender e queer, specie in relazione all’identità e alla sessualità. A lungo abbiamo usato l’intersezionalità come metodo per leggere contesti “material-semiotici”, incrociando genere, razza, classe, sessualità, abilità, lingue, storie, culture – per poi ridefinire il concetto in termini di “complessità” nell’anno in cui abbiamo lavorato su frattali e soggetti frattalici per discutere meglio di differenze nella somiglianza, di interconnessioni rizomatiche nei processi democratici diffusi.

Ci importava molto interrogare l’incrocio di teoria e pratica, ma tenendo ben presente sia la disomogenea situazione socioculturale delle partecipanti, sia le necessità individuali di parlare di situazioni concrete, di raccontarsi, chiedere ascolto. E doveva esserci spazio di solidarietà per le passioni tristi. Quindi erano e sono previsti incontri e discussioni per piccoli gruppi pronti a confluire nelle sessioni allargate. Allo stesso tempo era necessario creare l’atmosfera per pensare insieme anche teoricamente e politicamente. Si cercava di farlo contaminando lettura e letteratura, storia, tecnoscienza, geografia, arte — prestando bene attenzione ai processi di trasmissione e apprendimento – un presupposto derivato non tanto dalla pedagogia critica, quanto dai decenni di buone pratiche femministe.

Ogni laboratorio, ogni nostro incontro e ogni edizione della scuola era ovviamente impostato su un tema specifico: individualità, agentività ed empowerment, complessità, diversità, figur/azioni, il post-coloniale, teorie dell’affetto, archivi dei sentimenti, studi sulle cose e gli oggetti, e infine l’utopia della politica e la politica dell’utopia. Prevedibilmente abbiamo sempre lavorato sull’analisi e decostruzione di dicotomie – specie con Donna Haraway e la sua definizione di naturcultura, il suo manifesto cyborg, gli umani e non umani delle sue specie-compagne — e con Teresa De Lauretis e Judith Butler per la ricerca dell’altro che è in noi.

Abbiamo poi cominciato a occuparci – una svolta importante — delle teorie dell’affetto, che avevamo incontrato nella pedagogia queer di Eve Sedgwick, in particolare nel suo libro sul toccare e sentire. In seguito abbiamo lavorato sull’affetto come impulso vitale, come processo produttivo dei corpi; come sentimento, affettività, passione; come attrattore; come effetto che si/ci crea, che investe e condiziona; che rende desiderabili oggetti e merci; che produce soggetti e relazioni, investimento nelle forme di potere, movimenti positivi o negativi verso l’altro/a – allineamenti, identificazioni, appropriazioni. Vedrete dalla presentazione dei convegni e workshop paralleli ai laboratori e successivi come queste basi teoriche si siano intrecciate con altre figurazioni, altri temi. Comunicare attraverso le culture richiede la condivisione di forti attrattori – concetti chiave per investigazioni a largo spettro. I concetti sono contenitori di complessità, marche autoriflessive di conoscenza; si nutrono dei nostri pensieri e delle nostre figurazioni, pronti a riprodurle e riprodursi.

Ma negli anni abbiamo continuato a domandarci: cos’è l’intercultura di genere? E cosa può essere in un momento come questo in cui proprio il concetto di genere è in crisi, non solo perché manipolato dai movimenti anti-gender, ma perché viene contestata diffusamente la sua prevalente applicazione come dispositivo sociale di esclusione e repressione.   Le istituzioni continuano infatti ad appiattire il termine su comportamenti sociali collegati alla bio-dicotomia maschio-femmina anziché riconoscere come genere e sessualità siano una costrizione costitutiva risultante da pratiche sociali ripetitive con effetto naturalizzante. La pervasiva struttura di genere è però ricca di smagliature e incongruenze che consentono trasgressioni di ogni sorta; così i generi non sono più solo due ma sono molti. Basta pensare alla dimensione delle soggettività trans – al genderbender, genderqueer, transbender, transgenere, post-transgenere, intersessuata/o, transessuale… – per le quali il genere è un continuo multidimensionale che si presta a performance e incorporazioni, cercandovi ispirazione e forza per altri mondi possibili. Inoltre, il femminismo del nostro secolo ha ormai ampliato il concetto di genere alla relazione con il mondo naturale: il genere è interspecie e intraspecie.

Nelle maglie di questa realizzazione si apre lo spazio per i conflitti, le disparità di prestigio, privilegi e conoscenze, ma si apre anche lo spazio per soggetti marginali e deterritorializzati di cui ascoltare le storie, cercandovi ispirazione e forza per altri modi e mondi possibili. Mentre il tropo del genere non è sufficiente a spiegare ogni differenza, le sue applicazioni private e pubbliche servono bene a spiegare certe inique in/differenze di potere, specie se il genere si coniuga, come ormai da almeno un decennio anche tra noi si fa, con suoi “altri”. L’analisi della complessa intersezionalità del genere con quello che non è genere (razza, classe, sessualità, ecc.) permette di sciogliere rigidità epistemologiche, smantellare puntelli disciplinari e allargare il discorso da casi individuali a situazioni politiche.

Gli studi lesbici, lesbofemministi e queer sono stati preziosi per leggere altrimenti le rappresentazioni convenzionali di sesso e genere. Lo dimostrano gli eventi a cui abbiamo collaborato negli anni – dai convegni, al corso del Cesvot per la formazione di volontari/e, ai vari incontri culturali. Ma non è stato solo il queer, in quanto movimento e teoria, a fare uso in/proprio del genere, assumendo il punto di vista di chi si esclude o si trova escluso dalla norma eterosessuale,  lavorando a svelare i meccanismi di produzione performativa di genere, razza, sessualità.  Questi meccanismi comprendono spazi non organizzati intorno al genere, come realtà affettive, posizionamenti psichici, investimenti e spostamenti passionali di cui il queer in particolare considera sia la malinconia, spesso coatta, sia il desiderio di occupare spazi intermedi e operare transiti fisici, sessuali, sociopolitici nello spazio pubblico. Leggendo contro corrente, il queer analizza le figure della logica dominante cercando posizionamenti alternativi da cui parlare e oggetti culturali eccedenti e obliqui da significare.

Dunque il nostro progetto di intercultura di genere si è costruito attraverso studi femministi, transfemministi, lesbofemministi e queer, nella convinzione che è nostra responsabilità leggere e discutere il panorama socio-politico tenendo ben presenti le differenze sociali, economiche, etniche e razziali incrociate con la sessualità, il genere, le generazioni e altri attributi delle soggettività contemporanee. Le cartografie dell’intercultura di genere sono necessariamente situate: siamo noi stess* che dal nostro background, osserviamo come i discorsi si intrecciano e come leggi, politiche e religioni producano e riproducano performativamente il genere; e come nuove soggettività vengano prodotte dalla commercializzazione neoliberista, incluse le sessualità non riproduttive di cui trafficano i mercati, gli stili di vita, forme di resistenza e contestazioni politiche di ogni tipo. Ci interessa, per citare Rosi Braidotti – “costruire cartografie del presente degne della nostra complessità”, perché siamo effettivamente soggetti complessi, anche per provenienza e formazione. E la nostra cultura di letterate femministe è interculturalmente eclettica, frontaliera come i nostri interessi politici. Lavoriamo per rendere possibile una cultura globale in una società equa e sostenibile dove si rispettano e sostengono le diversità.

Quando non riuscivamo a trovare finanziamenti — come nel 2009 e 2010 e come sarà dal 2014 —  Raccontar/si si dissolve in una serie di incontri, gocce di disseminazione dove le figurazioni sono diventate azioni figurali sostenute da un ritorno che sentivamo necessario alle biopolitiche dei corpi, nuovamente indagate come corpi, non solo di donne, nella loro materialità, nella loro storia, e nelle loro mutazioni e rappresentazioni. Chiusa la stagione dei laboratori estivi, ci siamo impegnate a continuare organizzando un convegno annuale costellato di eventi culturali minori.

Nei convegni successivi all’ultima scuola del 2013,   siamo passate dalla trasmissione di affetto ai limiti dell’empatia, agli studi neomaterialisti sulle cose e gli oggetti (tra cui le scarpe), cercando di spostare i confini tra l’umano e il non-umano, corpo e materia, materia e discorso – chiedendoci ancora una volta quale trasmissione ci sia stata tra noi, come viviamo queste idee, e come questa agiscano sulle pratiche di omologazione, connivenza, consenso, o resistenza nell’insopprimibile potere del reale. Abbiamo molto lavorato sull’archiviazione dei sentimenti nelle culture pubbliche, cercando tracce di alternative nelle storie di solitudine e abbandono; cercando archivi di risposte culturali e politiche di dissenso e resistenza, come per esempio le scritture sul trauma causato da discriminazioni e violenze omofobiche, xenofobe, razziste; nelle narrazioni di migranti, e nei documenti delle diaspore dei neri o degli ebrei.

Il topos del ricordo negli spazi pubblici si era riproposto sottotono per un paio di anni a partire dal convegno del 2011, Archivi dei sentimenti e culture pubbliche. Siamo partite dall’archeologia delle emozioni traumatiche descritte da Ann Cvetkovich per un percorso itinerante sul tema dell’archeologia degli affetti: dagli archivi cartacei a quelli virtuali fino ai racconti di giovani, donne, migranti – siano essi memorie di relazioni o di esclusione – per indagare il rapporto tra memoria e discorso culturale. Dai corpi coscienti della precarietà nelle dislocazioni, nelle migrazioni, nel lavoro, nell’esistenza; dai corpi a perdere come quelli dei morti sul lavoro e nei barconi sul Mediterraneo; ai corpi reclusi, violati e offesi, come quelli delle/dei migranti, delle trans, delle donne vittime di violenza nel ‘focolare domestico’ fino ai corpi normati e integrati che il governo interpella attraverso gli spazi pubblici delle nostre città – con  quali visioni del mondo, con quali culture pubbliche si risponde? I temi sono poi stati ripresi e approfonditi nella Scuola estiva di Duino.

Nel 2012 abbiamo indagato le tracce materiali di una memoria individuale e collettiva che informano archivi di emozioni, modelli e culture. Questo con il convegno La scarpa negli archivi dei sentimenti e nelle culture pubbliche, e poi con la scuola estiva a Duino, Oggettiva/mente. Narrative di genere nelle culture pubbliche, dove abbiamo proposto in forme diverse, dai testi di prosa e di poesia, dalle immagini artistiche e dalle rappresentazioni mediatiche, storie e contesti di oggetti diversi.

Una premessa della Scuola estiva a Livorno nel 2013, Soggetti e oggetti dell’utopia: archivi dei sentimenti e culture, era che per fare utopia dobbiamo ripensare il mondo. L’intercultura di genere, intesa come molteplicità di approcci e visioni di resistenza, permette di ri-significare l’incontro con l’alterità, e di far emerge oggetti e soggetti legati all’utopia: utopie dei femminismi tra resistenza e visionarietà; utopia del potere e potere dell’utopia. Abbiamo quindi continuato a interrogare la memoria e l’iscrizione del sentire attraverso oggetti tangibili e di conoscenza nel quotidiano, nella politica, nella letteratura, nella scienza, nell’arte e nelle culture pubbliche. L’intercultura di genere, intesa come molteplicità di approcci e visioni di resistenza, permette di ri-significare l’incontro con l’alterità, e di far emerge oggetti e soggetti legati all’utopia: utopie dei femminismi tra resistenza e visionarietà; utopia del potere e potere dell’utopia;  figurazioni di un’utopia non differita nel futuro, ma anzi agita nel qui ed ora come prodotto di un passato-presente-futuro già in atto, come la realtà del soggetto inappropriato e dis-assoggettato che occupa  utopie di resistenza.  

Sempre nel 2013, il Laboratorio Abc della precarietà ha aperto all’esigenza di parlare del lavoro già affrontato nel 2005, usando le parole come punti di rottura del tempo lineare liberista. Le narrazioni permettono l’affermarsi della vita contro la sua stessa precarietà, e aiutano anche a resistere, contro-narrare, decostruire, re-inventarsi.

Con il convegno Archivi dei sentimenti e culture femministe del 2014, ci siamo interrogate sul concetto stesso di archivio, sulla sua imperfezione e nello stesso tempo sulla sua necessità: lo stesso Giardino dei Ciliegi può configurarsi come un grande archivio, mobile, vitale, plurale, un luogo di accoglienza di memorie varie dove si incrociano, secondo ruoli imprevisti e imprevedibili, donne di generazioni diverse. Il confronto generazionale tra femministe viene così messo al centro del discorso: Paola Di Cori lo connota con la parola “asincronie” esprimendo anche il desiderio che si realizzi la possibilità di una condivisione di referenze comuni.

Nel 2015, dopo la riflessione dell’anno precedente su femminismi che hanno decostruito categorie fondanti della cultura patriarcale proponendo una nuova visione della realtà, ci sembrava indispensabile dedicare una giornata alla poeta afroamericana Audre Lorde per sottolineare l’importanza di interrogarsi sugli intrecci di razza, sesso, età, classe e genere, oggi quanto mai attuali. 

Il convegno del 2016, Femminismi e liberismo, ha posto l’urgenza di domandare a che punto sia l’analisi femminista su “dissenso, trasgressioni, rimedi, e forme di resistenza” agli abusi del capitalismo. Se essere femminist* insieme è più che mai necessario, con questa pervasiva distribuzione dell’insicurezza nel tempo scardinato della globalizzazione, chiediamoci pure di quale femminismo parliamo, se su tanti argomenti siamo divis* e in conflitto. E cerchiamo di capire come elaborazioni ed esperienze politiche reagiscano alla invasività liberista – fra inequità e seduttività – e se producano immaginari alternativi e pratiche di cambiamento condivisibili.

 Fare mondo: poetica del futuro dimenticato, il convegno del 2017, era in gran parte dedicato al testo di Donna Haraway sull’analisi e i rimedi dell’antropocentrismo e a visioni alternative del fare mondo: nostra ineludibile prassi quotidiana. La scrittura delle donne offre infiniti esempi di affabulazione speculativa sul presente-passato-futuro, intrecciati in una miriade di incomplete configurazioni di luoghi tempi, materia e significato; e in questa ottica abbiamo discusso futuri possibili o fuori norma di romanzi, fiction, poesia: esempi delle connessioni tra il possibile e il reale. La libertà del non previsto può fare paura, ma vi pullulano le opzioni. Fanno emergere il processo poetico di come viviamo il mondo di cui siamo parte permeabile, inevitabilmente implicata nell’Antropocene, e dove quindi restiamo vigili a cercare di impedire iniquità, sfruttamento, spossessamento e distruzione. Le “femministe del Terzo Mondo” sostengono la necessità di ri-scrivere la Storia a partire dai contesti specifici e dalle strategie di resistenza, per fare mondo in modo diverso. E anche Sara Ahmed ci chiede “Se a causa dell’ineguaglianza e l’ingiustizia del mondo diventiamo femministe, allora che tipo di mondo stiamo costruendo?” Fare mondo è un negoziato difficile senza esiti certi, ma il nostro quotidiano ne è narrazione e performance perché fare mondo è fare mondo.

Nel 2018 con il convegno DE/CLINARE percorsi di sottrazione nelle narrazioni di movimenti, pratiche, corpi abbiamo inteso lavorare sul prefisso “de”quando indica sottrazionia concetti, campi, azioni, situazioni che concorrono all’oppressione o all’esclusione. E ci siamo riferite al passaggio dal post-colonialismo al de-coloniale, teorizzato e praticato al fine di de-colonizzazione i saperi e l’immaginario per sottrarli al predatorio dominio capitalistico. Così abbiamo riflettuto sulle pratiche di resistenza femminista e dis-apprendimento della visione capitalista e coloniale, che nei contesti più vari possono contribuire a una lettura critica delle categorie con cui analizziamo la contemporaneità.

Al convegno del 2019, Performatività del dominio. Narrazioni di movimenti, pratiche, corpi, abbiamo continuato a lavorare su quali pratiche e narrative possano offrire percorsi di sottrazione e resistenza alla violenza epistemica, all’oppressione, al dominio, all’arroganza.  La relazione di dominio si concretizza in rapporti di comando/obbedienza, ma esiste anche un dominio simbolico relativo all’etnia, al genere e alla cultura iscritto in ognun* tramite le ingiunzioni della società e della famiglia. Julietta Singh si chiede come resistere, come sottrarsi – anche attraverso il fallimento, l‘insuccesso, la disfatta, la rinuncia, il dissenso, oppure attraverso qualsiasi altra performance possibile o immaginabile che indaghi disaffezioni e dis-identificazioni utili a contrastare il dominio dell’umano — temi spesso affrontati al Giardino dei Ciliegi, che ogni volta si ripresentano.  In questa ricerca di assemblare percorsi e pratiche incontriamo tutti i movimenti che lottano per un mondo diverso: femministe, trans femministe, queer, soggettività LGBT*QIA+1, tutt* quell* che ovunque scendono in piazza contro i femminicidi e le forme di violenza di genere, per una sessualità liberata, ma anche contro muri e confini, lo sfruttamento del lavoro, il saccheggio delle risorse naturali …

Con il 2020 il Covid 19 ci ha costrette a interrompere l’usanza dei convegni annuali e a organizzarci diversamente on line per poter mantenere contatti e intrecci. Questo archivio include anche il pdf dei tre volumi di Raccontar/si pubblicati dalla CUEC  (2003, 2004, 2006). Una storia della nostra associazione si trova nel testo Il Giardino dei Ciliegi. Storia e intrecci con altre associazioni a Firenze e in Toscana (1988-2015), a cura di Laura Marzi, Edizioni dell’Assemblea, 2016. Vari materiali relativi ai convegni più recenti non inclusi in questa archiviazione, sono postati sul nostro sito: http://www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it

Ringraziamo
Pamela Marelli preziosa ‘correttrice di bozze’ del materiale raccolto in questo sito. Al di là del sostegno avuto a livello istituzionale, da Lanfranco Binni del progetto regionale Portofranco all’assessore Andrea Frattani di Prato, tutte le persone presenti in questo archivio sono artefici protagoniste del progetto Raccontar/si, che non sarebbe mai esistito senza la loro grande generosità, e a tutte va il nostro grato e affettuoso riconoscimento.

Dedichiamo inoltre un riconoscimento speciale a Mary Nicotra ricordando quanto l’organizzazione e la tenuta della scuola dipendessero dalla sua bravura e dal suo impegno culturale e affettivo.  Ogni anno Mary non solo rendeva possibile risolvere i problemi logistici, ma contribuiva alla divulgazione del programma e curava lo svolgimento della scuola, attenta e generosa nei rapporti interpersonali. Grazie anche a Elena Bougleux, Monica Farnetti e Paola Zaccaria che tanto ci hanno aiutato a impostare i primi laboratori; a Laura Ciulli che negli anni ha interpretato concetti e parole realizzando locandine e manifesti; e a Roberta Matteini che ha donato tempo e know how per realizzare questo sito. Un grazie soltanto non basta per compagne e compagni del Giardino e di Ipazia, compartecipi nelle organizzazioni degli eventi anche a Duino (Gabriella Musetti) e Livorno (Associazione Evelina De Magistris) – in particolare Anna Picciolini, Anna Biffoli, Marisa Del Re, e Mara Baronti quando era ancora con noi; non basta per le Fiorelle Acrobate che ci seguono ancora nelle loro varie altre affiliazioni. E ringraziando le amiche e colleghe della rete europea ATHENA e Giovanna Covi di ReSisters insieme a tante altre della Società Italiana delle Letterate che hanno collaborato e partecipato attivamente, le invitiamo a riflettere che Raccontar/si e i suoi eventi collaterali emergono dal tessuto affettivo di rapporti solidali costruiti da tutte noi in questi anni di impegno culturale e politico femminista.